Ho consumato una romanticissima cena sui docks del Charles River a Boston, e un’altra meravigliosa serata è trascorsa mangiando un tenerissimo filet mignon con purè di patate e cipolle in un delizioso ristorantino al Quincy Market, una specie di Covent Garden d’oltreoceano dove, proprio come a Londra si danno appuntamento artisti di strada, studenti, autoctoni e turisti misti.
Quando racconti alla gente che per lavoro viaggi molto, e che saltelli qua e là da un posto all’altro del luogo tutti ti confessano la loro invidia, ti chiedono scherzando se non hai bisogno di un segretario. In effetti hanno ragione: avere la fortuna di girovagare tra gli States, il Giappone, l’Egitto, la Grecia, la Svezia e molti altri paesi è meraviglioso, ci si possono togliere delle belle soddisfazioni geografiche, se si tiene duro con le energie e si sopportano un poco i tempi stretti e il continuo stirare i vestiti che di regola escono strapazzati dalla valigia.
Quello che però in genere si dimentica di considerare è che chi vagabonda per ragioni professionali generalmente lo fa in totale solitudine (o coi colleghi, che è molto molto peggio) e quindi anche i posti più belli della terra lasciano sempre un retrogusto amaro in bocca perché sì, è vero, li hai visti e respirati, ma camminare in una bella strada o cenare in un ristorante tipico senza un affetto con cui condividerlo ha molto spesso più il sapore dell’occasione mancata che di quella colta al volo.
Ogni volta che mi sono ritrovato in un luogo mozzafiato, dall’acropoli di Atene al Central Park di New York fino a questo più modesto ma decisamente d’impatto scorcio di Massachussets al tramonto, non ho potuto fare a meno di pensare che vivere quell’emozione da solo era come viverla a metà, come guardare un capolavoro di estetica con un occhio solo, o indossando i rayban scuri; godendo insomma solo parzialmente di una meraviglia che, non condivisa, lascia addosso il languore e il senso di incompiutezza di chi si chiede come sarebbe assistere allo stesso spettacolo con a fianco qualcuno che si ama.
(Piccola fetta numero tre)
Non è che ci si possa raccontare troppe palle in proposito. Uno viene a New York per l’Empire State Building, per il ponte di Brooklin, per il museo Guggenheim e le centinaia di gallerie d’arte. Poi però passa l’80% del tempo a guardare culi. Perché questa città, specie d’estate, è soprattutto il trionfo dell’architettura umana, del corpo in tutto il suo vigore e la sua bellezza.
La Grande Mela è la capitale mondiale dell’entertainment. Qui nascono tutte le principali produzioni televisive internazionali, e si registrano centinaia di show per il piccolo schermo. Ma soprattutto questa è la città del teatro, del musical, del balletto, della prosa, quindi se due più due continua a fare quattro, bisogna dedurre che tra i frequentatori di Manhattan una buonissima percentuale è costituita da ballerini, aspiranti tali, alunni di scuole di spettacolo, figuranti di spettacoli tivù. Non si spiega in altro modo il trionfo di corpi scultorei che si vedono ovunque per strada, nei supermercati, alla stazione della metro. E’ tutto un trionfo di muscoli sodi, di bicipiti che faticano a stare dentro le maniche, di cosce che vorresti essere quell’orrendo paio di pantaloncini per avvolgerle in quel modo. Così, per quanto le stanze dei musei e delle art-galleries abbondino di capolavori dell’estetica, il vero spettacolo per l’occhio è sempre lì, a portata di mano, free-of-charge, sullo stesso marciapiede in cui cammini tu.
(Piccola fetta numero quattro)
Visto che ci siamo, rimaniamo in tema. Non sazio di tutti i capolavori d’armonia che passeggiano sulla 5th Avenue, sono stato anche a vedere “Naked boys singing”, il celebre spettacolo di off-broadway in cui otto fanciulli cantano e ballano senza indossare un bel niente. Lo show (che volendo si trova anche in dvd) è una divertente rivista vecchio stile, fatta di canzonette facili facili e bollettini vezzosi. Certo c’è questo piccolo dettaglio che i ragazzi sul palco non portano le mutande, e che quindi a volteggiare su e giù non sono solo le braccia e le gambe, ma quello che qui volevo rimarcare è il tono dell’annuncio che viene fatto prima che lo spettacolo inizi. La classica voce baritonale da teatro di musical ricorda come di consueto di spegnere i cellulari e, sottolineando il fatto che è vietato scattare fotografie, si dilunga nell’elenco delle conseguenze di un’eventuale trasgressione alla regola: se uno degli attori o dei componenti dello staff dovesse veder sbucare un cellulare con camera o una macchina fotografica durante lo show, lo spettacolo sarà immediatamente sospeso e NON riprenderà. Il tono dell’annuncio è dichiaratamente poliziesco, autoritario, niente a che vedere con le battutine facili e le musiche nude che da lì a pochi secondi attaccano ad animare il palcoscenico. Insomma si capisce che fanno per davvero, che lo spettacolo lo interromperebbero sul serio. E tu che già pensavi di rubare qualche scatto furtivo senza farti vedere ti senti prendere da un panico e un’ansia che non provavi più dai tempi della scuola.
Perché, come si diceva ieri, sarà anche colpa dell’11 settembre, ma gli americani mica scherzano, quando si tratta di regole da rispettare. Anche se si tratta solo di otto uomini che cantano col pisello all’aria. Anche se siamo solo a teatro, e neanche in uno di quelli fastosi e ricchissimi, ma solo in una (peraltro affascinantissima) sala da duecento posti di off-broadway.